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SLOW DOWN THE FAST FASHION!

By 14 Giugno, 2020 Nessun Commento

Perché c’è bisogno di rallentare la “moda veloce”?

Ciao! Mi chiamo Jasmina e sono amica e cliente di Chiara. Sono laureata in economia e nella vita mi occupo di sostenibilità. Siete pronti a contrastare il cambiamento climatico con me? Oggi parleremo di moda sostenibile e fast fashion.

Il periodo di quarantena che abbiamo appena superato ci ha dato la grande opportunità di rallentare e riflettere sulle nostre passioni, i nostri desideri e i nostri bisogni.

Abbiamo colto questa opportunità per proporre un approfondimento sulle nostre rispettive passioni: la sostenibilità e la moda.

Perché dovremmo “rallentare” la moda? Cosa è il fast fashion e da quando se ne parla?

Il termine nasce meno di dieci anni fa quando alcuni grandi brand iniziarono a proporre un’idea di moda immediata e fruibile, in cui i tempi di produzione (dal design alla vendita) vengono notevolmente accorciati e per cui i capi di abbigliamento sono velocemente disponibili in negozio.

Se da una parte il fast fashion è stato una grande rivoluzione commerciale, dall’altro però ha sollevato non poche critiche soprattutto per l’impatto che un modello di consumo così vorace ha sulle persone e sull’ambiente. Infatti, ben presto il termine ha assunto un’accezione puramente negativa, indicando anche e soprattutto un modello di moda che viene consumata in maniera (troppo) veloce.

L’attenzione mondiale sulla necessità di rendere il settore della moda più sostenibile è stata risvegliata nel 2013 con un evento tragico: il crollo del Rana Plaza. Il Rana Plaza era un edificio in Bangladesh in cui erano presenti negozi, uffici, una banca e alcune fabbriche tessili che producevano capi per grandi brand, a noi molto noti. Il centro commerciale non era stato progettato per contenere anche le fabbriche, le quali sono state aggiunte successivamente in maniera abusiva, innalzando l’edificio di quattro piani. Questo non era stato pensato per sostenere lo sforzo dei macchinari tessili, infatti poco prima della tragedia vennero rilevate delle importanti crepe nella struttura. Il giorno precedente al crollo ne venne ordinata la chiusura: negozi ed uffici vennero evacuati. Gli operai delle fabbriche vennero invece costretti a recarsi comunque nell’edificio; i datori di lavoro minacciarono addirittura di trattenere un mese di stipendio a coloro che non si sarebbero presentati.

La mattina del 24 aprile la struttura è crollata quasi completamente, causando più di millecento vittime e più di duemilacinquecento feriti, per la maggior parte donne e bambini. Il dramma del Rana Plaza è considerato, ad oggi, il crollo strutturale più letale della storia moderna.

Per chi ha interesse ad approfondire l’argomento, il documentario “The true cost” mette in evidenza tutta la catena di sfruttamento alla base del fast fashion, le condizioni di precarietà dei lavoratori nel settore e dimostra che chi sta pagando il vero costo di questa produzione massiva di indumenti siamo noi e l’ambiente.

Già, anche l’ambiente…

Considerato che ogni anno il settore tessile produce 53 milioni di tonnellate di fibre che necessitano di 93 miliardi di mq di acqua per la loro lavorazione e che il 73% dei vestiti di cui ci sbarazziamo finisce in discarica, un cambiamento di rotta non solo è possibile ma è indispensabile.

Questi sono proprio gli scopi principali di Fashion Revolution, un’organizzazione no-profit nata a seguito del tragico evento del Rana Plaza nel 2013, che ogni anno organizza la Fashion Revolution Week: aumentare la consapevolezza dei consumatori, chiedere trasparenza ai produttori.

E noi? Che ruolo abbiamo in tutto questo? Oltre al grande sfruttamento di manodopera, vite umane e ambiente, uno degli impatti più degradanti di questo sistema è che ci ha completamente disabituato a dare VALORE ai nostri capi. L’unico valore che sappiamo riconoscere è quello economico: il prezzo di quello che acquistiamo.

Costa tutto poco (e vale ancora meno…) e col nostro tenore di vita possiamo invece permetterci tanto, quindi acquistiamo in maniera quasi “compulsiva”, senza chiederci se ne vale la pena, se ci piace, se vale quello che costa. “Tanto l’ho pagata 10 euro quella maglia. Se non mi piace e non la metto, se si rovina subito e devo buttarla, poco importa. Non ha fatto differenza al mio portafoglio.”  Quella maglia però è costata molto di più, e fa tantissima differenza.

Non solo, queste serie di collezioni sempre uguali in tutte le stagioni, fatte in misure standard che non ci stanno mai bene addosso, ci fanno erroneamente pensare che ci sia qualcosa di sbagliato nelle nostre forme e soffocano anche l’estro di chi vorrebbe trasmettere la propria personalità attraverso l’originalità dei propri capi.

Il nostro modo di vestire è un linguaggio non verbale immediato e trasparente: racconta tanto di noi, trasmette emozioni alle persone con cui interagiamo e anche a quelle che semplicemente ci guardano. Parla della nostra filosofia, del nostro stato d’animo, del modo in cui ci rapportiamo con noi stessi e con gli altri. L’abbigliamento è in pratica il nostro biglietto da visita!

Per questo dovremmo tornare a dare valore ai nostri vestiti, sceglierli con pazienza e attenzione, affezionarci a loro, prendercene cura, riciclarli quando è possibile e solo in ultimo disfarcene (magari regalandoli a qualcuno!). Dobbiamo ritrovare la bellezza di amare i nostri vestiti e le nostre forme, e il coraggio di seguire la nostra creatività e di prenderci cura di noi stessi e dell’ambiente, attraverso quello che indossiamo.

 

Articolo scritto da Jasmina Shehi e Chiara Cascioli